Diabete di tipo 1, in alcuni bambini un virus sembra favorirne lo sviluppo

I risultati di uno studio condotto su bambini statunitensi ed europei mostrano un'associazione tra l'infezione prolungata da enterovirus e lo sviluppo di autoimmunità delle cellule beta pancreatiche che producono insulina.

I risultati di uno studio condotto su bambini statunitensi ed europei mostrano un’associazione tra l’infezione prolungata da enterovirus e lo sviluppo di autoimmunità delle cellule beta pancreatiche che producono insulina, una condizione che favorisce l’insorgenza del diabete di tipo 1. Mentre un’infezione precoce da adenovirus C sembrerebbe conferire protezione dall’autoimmunità. È quanto emerge da un trial appena pubblicato sulla rivista Nature Medicine.

Da tempo si sospetta che i virus siano coinvolti nello sviluppo del diabete di tipo 1, anche se le passate evidenze non sono state sufficienti per dimostrare una connessione. Per approfondire la questione, i ricercatori della University of South Florida Health (USF Health) Morsani College of Medicine, Baylor College of Medicine e altre istituzioni hanno studiato campioni disponibili attraverso lo studio TEDDY (The Environmental Determinants of Diabetes in the Young), il più grande trial osservazionale prospettico di coorte su neonati con un aumentato rischio genetico per il diabete di tipo 1. Lo studio ha valutato i bambini piccoli negli Stati Uniti (Colorado, Georgia, Florida e Washington) e in Europa (Finlandia, Germania e Svezia).

«Anni di ricerca hanno dimostrato che il diabete di tipo 1 è complesso ed eterogeneo, il che significa ci sono più vie che possono portare alla sua insorgenza», ha dichiarato l’autore principale Kendra Vehik, epidemiologo presso l’USF Health Informatics Institute. «Di solito viene diagnosticato in bambini, adolescenti e giovani adulti, ma l’autoimmunità che lo precede spesso inizia in tenera età».

«La malattia è una conseguenza della distruzione delle cellule beta pancreatiche produttrici di insulina per azione del sistema immunitario. L’insulina che regola i livelli di zucchero nel sangue e una sua carenza comporta gravi complicanze mediche», ha detto il coautore Richard Lloyd, professore di virologia molecolare e microbiologia al Baylor College of Medicine.

Analisi del viroma nei bambini
Vehik e colleghi hanno studiato il viroma, cioè tutti i virus presenti nell’organismo, tramite l’analisi di migliaia di campioni di feci raccolti da centinaia di bambini seguiti fin dalla nascita nello studio TEDDY, cercando di identificare una connessione tra i virus e lo sviluppo di autoimmunità contro le cellule beta produttrici di insulina. I coxsackievirus, enterovirus citolitici, sono già stati coinvolti nel diabete di tipo 1, ma i nuovi risultati forniscono un modo completamente nuovo di stabilire la connessione, identificando specifici virus rilasciati nelle feci. I ricercatori sono rimasti sorpresi nello scoprire che un’infezione prolungata per oltre 30 giorni, piuttosto che una di breve durata, era associata all’autoimmunità.

«Questo è importante perché gli enterovirus sono un tipo di virus molto comune, che a volte causano febbre, mal di gola, eruzione cutanea o nausea. Molti bambini si infettano, ma non tutti sviluppano il diabete di tipo 1», ha detto Vehik. «Solo un piccolo sottogruppo di bambini esposti agli enterovirus continuerà a sviluppare l’autoimmunità delle cellule beta. E quelli con un’infezione che permane per più di un mese saranno a rischio maggiore».

Autoimmunità legata a un’infezione prolungata da enterovirus 
Le cellule beta del pancreas esprimono una proteina della superficie cellulare che permette loro di “comunicare” con le cellule vicine. Questa proteina viene copiata dal virus ed esposta come recettore per consentire l’adesione alla superficie cellulare. I ricercatori hanno scoperto che i bambini portatori di una particolare variante genetica in questo recettore virale hanno un rischio maggiore di sviluppare l’autoimmunità delle cellule beta.

«Per la prima è stato dimostrato che una variante di questo recettore virale è legata a un maggior rischio di autoimmunità delle cellule beta», ha aggiunto Vehik. In definitiva, questo processo porta all’insorgenza del T1D, una malattia pericolosa per la vita che richiede iniezioni di insulina per tutta la vita per il trattamento.

Hanno inoltre rilevato che la presenza in età precoce dell’adenovirus C, un microrganismo che può causare infezioni respiratorie, era invece associata a un rischio inferiore di sviluppare l’autoimmunità. Resta da capire se l’adenovirus C nella prima infanzia proteggerebbe dallo sviluppo dell’autoimmunità delle cellule beta. Un indizio per spiegare questa connessione è legato al fatto che gli adenovirus utilizzano lo stesso recettore di superficie delle cellule beta sfruttato dal Coxsackievirus B, ma sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere meglio i dettagli.

Lo studio TEDDY sta proseguendo per identificare altri fattori che influenzano l’autoimmunità e lo sviluppo del diabete di tipo 1. I ricercatori cercano di approfondire le esposizioni che innescano la malattia studiando i campioni prelevati prima che si sviluppasse l’autoimmunità, a partire da quando i partecipanti al trial avevano solo 3 mesi di vita. Le eventuali nuove scoperte potrebbero identificare potenziali approcci per prevenire o ritardare la malattia.

«Nel complesso il nostro studio fornisce una nuova comprensione dei ruoli che diversi virus possono svolgere nello sviluppo dell’autoimmunità delle cellule beta legata al diabete di tipo 1 e suggerisce nuove strade di intervento che potrebbero potenzialmente prevenirlo in alcuni bambini», ha concluso Lloyd.

Davide Cavaleri

fonte:Pharmastar
Bibliografia

Vehik K et al. Prospective virome analyses in young children at increased genetic risk for type 1 diabetes. Nat Med. 2019 Dec;25(12):1865-1872.

fonte:

Pharmastar

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