Nasce un nuovo termine destinato a esprimere il concetto di emoglobina glicata stimata

L’Emoglobina glicata indica il rischio di complicanze croniche del diabete, ma non fornisce informazioni sulle modifiche immediate della terapia in quanto non rivela la durata e il momento delle ipoglicemie né da notizie sulla variabilità glicemica. C’è una proposta per fare chiarezza.

Glucose Management Indicator (GMI) è il nuovo termine destinato a esprimere il concetto di emoglobina glicata stimata (eA1c), una misura che converte la glicemia media misurata con il monitoraggio in continuo della glicemia (CGM) in un valore stimato di emoglobina glicata (HbA1c). Ecco, in sintesi, quanto emerge da uno studio pubblicato su Diabetes Care, primo firmatario Richard Bergenstal, dell’International Diabetes Center Park Nicollet a Minneapolis. «L’HbA1c indica il rischio di complicanze croniche del diabete, ma non fornisce informazioni sulle modifiche immediate della terapia in quanto non rivela la durata e il momento delle ipoglicemie né da notizie sulla variabilità glicemica» scrivono gli autori, spiegando che è sicuramente più utile utilizzare il monitoraggio glicemico continuo per ottenere le informazioni che permettono di personalizzare la cura del diabete. Tra queste c’è, appunto, l’eA1c. Sembra semplice a dirsi, ma molti medici e pazienti sono confusi e frustrati dall’impiego dell’eA1c, tant’è che in sostituzione è stato proposto un termine che potesse superare le difficoltà legate al concetto di stima dell’emoglobina glicata, calcolando la relazione tra glicemia media e HbA1c misurata simultaneamente su sangue venoso.

Nasce così il Glucose Management Indicator (GMI), coniato per esprimere il concetto di eA1c mediante le seguenti formule: GMI (%) = 3,31 + 0,02392 3 [glicemia media in mg/dL] oppure GMI (mmol/mol) = 12,71 + 4,70587 3 [glicemia media in mmol/L]. Un calcolatore automatico per la calcolare il GMI è disponibile sui siti www.jaeb.org/gmi  e www.AGPreport.org/agp/links . «Questo studio anticipa probabilmente i termini con cui verrà definito tra qualche anno il compenso glicemico. È possibile, infatti, che con il diffondersi dell’utilizzo del CGM emergano relazioni tra quest’ultimo e lo sviluppo delle complicanze del diabete, cosa che permetterà di personalizzare ulteriormente il compenso glicemico -» conclude Bergenstal.

Diabetes Care. 2018. doi: 10.2337/dc18-1581
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30224348

fonte:

DOCTOR33

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