Una chance per i farmaci antidiabetici nel trattamento dei pazienti con Covid?

I farmaci antidiabetici possono avere un ruolo nella protezione degli organi nei pazienti affetti da Covid-19.

I farmaci antidiabetici possono avere un ruolo nella protezione degli organi nei pazienti affetti da Covid-19, hanno proposto alcuni ricercatori nel corso del congresso virtuale Heart in Diabetes che si è svolto dal 21 al 24 agosto 2020. Un nuovo studio clinico appena avviato servirà a confermare l’utilità o meno degli agenti ipoglicemizzanti.

«Dal momento che si tratta di una malattia virale, l’enfasi è rivolta principalmente alle terapie antivirali. Ma è anche una malattia sistemica, in realtà cardiometabolica» ha affermato Mikhail Kosiborod del Saint Luke’s Mid America Heart Institute di Kansas City, in Missouri.

Non è ancora ben chiaro perché il Covid-19 si sia rivelato più grave e più spesso fatale nei soggetti con diabete e altre malattie cardiometaboliche. Il virus attacca gli stessi sistemi danneggiati dalla sindrome metabolica e dal diabete di tipo 2, «probabilmente predisponendo i pazienti a sviluppare patologie più gravi durante l’infezione», ha osservato Janelle Ayres del Salk Institute for Biological Studies di La Jolla, in California, autore di un articolo pubblicato lo scorso giugno sulla rivista Nature Metabolism. Queste condizioni croniche non solo riducono la funzione immunitaria, ma contribuiscono a causare infiammazione, disfunzione endoteliale e danno renale.

Uso potenziale dei GLP-1 agonisti
Le complicazioni vascolari dell’infezione, che colpiscono in modo sproporzionato i pazienti con malattie cardiometaboliche, potrebbero essere gestite con i farmaci antidiabetici GLP-1 agonisti, ha proposto Mansoor Husain del Toronto General Hospital Research Institute durante il meeting. «Promuovono la vasodilatazione e prevengono l’infiammazione vascolare, l’attivazione delle cellule muscolari lisce e l’aggregazione piastrinica».

Lo studio SEMPATICO, finanziato dalla controparte canadese del National Institutes of Health, valuterà se una bassa dose del GLP-1 agonista semaglutide è in grado di ridurre la mortalità o la necessità di un supporto cardiorespiratorio in un’ampia popolazione ad alto rischio con Covid- 19 (pazienti anziani, obesi, ipertesi, con malattia cardiovascolare accertata o livelli elevati di troponina).

Uso potenziale degli SGLT2 inibitori
Questa classe di farmaci ha senso anche meccanicamente perché inverte molti processi influenzati negativamente da virus come SARS-CoV-2, ha osservato Kosiborod, ad esempio migliorando la funzione endoteliale, riducendo l’infiammazione e i livelli di insulina e inibendo la glicolisi. «Sappiamo che questi farmaci hanno un effetto protettivo sugli organi, grazie ai trial condotti su diabete, insufficienza cardiaca e malattia renale cronica.

Oltretutto agiscono abbastanza velocemente da avere un effetto nella malattia virale acuta, ha aggiunto, come nel caso del miglioramento della funzione endoteliale. Nello studio DAPA-HF dapagliflozin ha dimostrato un rapido effetto su morte cardiovascolare, ospedalizzazione per insufficienza cardiaca e necessità di visite urgenti per insufficienza cardiaca, che è risultato significativo rispetto al placebo entro 28 giorni.

Uno studio per determinare l’utilità degli SGLT2 inibitori
Secondo Kosiborod il modo migliore per determinare se gli inibitori SGLT2 possano realmente comportare un vantaggio nell’infezione da Covid è effettuare uno studio rigoroso controllato e randomizzato rigoroso.

Il suo gruppo ha appena avviato un trial denominato DARE-19 nel quale verranno randomizzati circa 1.000 adulti ospedalizzati con Covid-19 a ricevere dapagliflozin o placebo. L’endpoint primario sarà la mortalità per tutte le cause o una disfunzione d’organo nuova o peggiorata (come lo scompenso respiratorio che richiede ventilazione meccanica, insufficienza cardiaca nuova o in peggioramento, necessità di vasopressori o supporto circolatorio meccanico, aritmia cardiaca instabile o inizio della dialisi).

Lo studio includerà una popolazione con diverse malattie cardiometaboliche, ipertensione, diabete di tipo 2, malattia cardiovascolare aterosclerotica, insufficienza cardiaca e malattia renale cronica di stadio 3 o 4. I pazienti con grave infezione da Covid, dialisi, diabete di tipo 1 e precedente chetoacidosi diabetica saranno invece esclusi. È previsto uno stretto monitoraggio quotidiano dell’equilibrio acido-base per ridurre il rischio di chetoacidosi diabetica, un endpoint chiave di sicurezza.

«L’ipotesi che un farmaco approvato per altre indicazioni si possa rivelare efficace e sicuro è molto attraente» ha commentato Kosiborod. «Tuttavia al momento, non abbiamo dati sull’uso dei farmaci ipoglicemizzanti nel contesto del ricovero acuto legato al Covid, pertanto i medici dovrebbero seguire lo standard di cura locale fino a quando non saranno disponibili dei dati certi».

«Dovremo iniziare a pensare all’interazione tra antivirali, antinfiammatori e agenti che proteggono gli organi, come gli SGLT2 inibitori, perché potrebbero avere un’azione complementare» ha concluso. «Abbiamo a che fare con una malattia complessa e non credo che un singolo farmaco sarà la risposta a tutti i problemi. È possibile che il miglior trattamento sia la terapia combinata».

 

fonte: Pharmastar

 

 

 

fonte:

Pharmastar

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